USO DEGLI IPNOINDUCENTI IN PAZIENTI CARDIOPATICI. Tra “falsi problemi” e realtà clinica

Pubblicato da Dott. Adriano Bruni il


È noto come le cardiopatie rappresentino una delle principali cause di morbilità e mortalità nella nostra popolazione, con una incidenza e una prevalenza che – come ovvio – aumenta con l’età.

Pertanto in particolare nel paziente anziano non è per nulla infrequente riscontrare l’associazione tra presenza di una qualche forma di cardiopatia, ad esempio ischemica, ipertensiva e valvolare e disturbi del sonno, con alterazioni anche importanti della qualità della vita.


Si pone perciò molto frequentemente un possibile dilemma: posso suggerire al mio paziente cardiopatico un ipnoinducente?

Quanto questo è “sicuro” in presenza di malattia cardiovascolare conclamata?

Se da un lato è sicuramente preferibile e raccomandabile migliorare qualità e quantità del sonno notturno – a maggior ragione in un cardiopatico che potrebbe tra l’altro presentare una maggiore prevalenza anche di apnee notturne – dall’altro la paura di possibili effetti collaterali a volte frena la prescrizione di queste categorie di farmaci.

Ma è un vero problema?


In letteratura non esistono dimostrazioni di un effetto sfavorevole degli ipnoinducenti in questi pazienti.

Al contrario, una migliore qualità e quantità del sonno sarà molto utile in quanto contribuirà a ridurre l’eccessiva attività simpatica che di per sé ha sicuri e ben documentati effetti sfavorevoli in termini di facilitazione di eventi morbosi e mortali nel paziente cardiopatico.


Inoltre, un miglioramento della qualità della vita durante la giornata, laddove il sonno notturno sia stato adeguato e di vero “ristoro”, presenterà una serie di vantaggi aggiuntivi.

Ad esempio il paziente sarà più portato a seguire i programmi di attività fisica che sono raccomandabili per la presenza di cardiopatia, avrà più facilità a seguire una alimentazione adeguata, avrà una minore probabilità di cadere in forme di ansia e depressione che sono indubbiamente favorite dalla cronica privazione di sonno.


Come dimostrato da Broström et al. in uno studio condotto su 675 soggetti, nella popolazione anziana la riduzione della quantità di sonno al di sotto delle 6 ore per notte risulta associata a sintomi di tipo depressivo ed a maggiore astenia soprattutto nel sesso maschile.

Il legame tra disturbi del sonno e problematiche cardiovascolare è stato recentissimamente confermato da uno studio di Oume et al. che ha dimostrato un aumento dei valori di pressione arteriosa nelle ore notturne correlato ad una riduzione della qualità del sonno misurata mediante actigrafia in una popolazione di 1101 anziani.


In questa popolazione, un farmaco come lormetazepam può presentare notevoli vantaggi.

Come evidenziato da De Vanna e coll. l’aggiunta di questo farmaco ad una corretta igiene del sonno offre notevoli vantaggi in termini di qualità del sonno e  di conseguenza  di qualità della vita.

Oltre a prolungare la durata del sonno e a migliorare la sua efficacia, l’impiego di lormetazepam non si associa a sedazione durante le ore del giorno.

In conclusione, anche nel cardiopatico il trattamento dell’insonnia è fondamentale e può essere effettuato con tranquillità e sicurezza in quanto i vantaggi di una migliore qualità e quantità del sonno sono innegabili.

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