IL CANTIERE DELLA RICOSTRUZIONE

Pubblicato da Dott. Adriano Bruni il

IL CANTIERE DELLA

RICOSTRUZIONE

Dalla sanità pubblica alla scuola, dalla cultura alla ricerca c’è l’opportunità di aprire nuovi cantieri riparando agli errori. Nel nostro paese, provato dalla pandemia, c’è bisogno di cantieri perché abbiamo necessità di ripartire e di ricominciare. Questo è ispirato da uno dei significati che solleva l’antica parola biblica Kum, che in questi anni ha ispirato il nostro lavoro sulle pratiche della cura. Kum è la parola imperativa che invita a rialzarsi, a riprendere il cammino, a ritornare in vita: Kum alzati. Questo appello non deve essere un invito imperioso ad un risveglio individuale, ma una vera e propria scossa capace di coinvolgere una intera comunità. Questo è il tempo di rialzarsi , di ricominciare, è questo il tempo per un nuovo inizio. Iniziare è da sempre costruire, è rendere di nuovo possibile l’orizzonte del futuro che sembrava invece compromesso drammaticamente dal trauma violento del virus.. L’accasciamento e la demoralizzazione depressiva sono stati profondi. Alzati Kum. E’la parola anti – melanconia della cura. Essa invita alla vita perché c’è ancora vita, perché non tutto è morte , perché c’è ancora tempo per ripartire. Ogni vero inizio è un compito che lo rende simile ad un cantiere, ad un luogo dove si lavora insieme per dare fondamento e forma ad una nuova costruzione, ad una nuova possibilità. Non si tratta di recuperare semplicemente quello che c’era, di ritornare a come era prima perché come era prima non è affatto estraneo a quello che ci è accaduto. Per questa ragione i cantieri non devono essere luoghi di restauro o di conservazione, ma di progetti. La pandemia del Covid ci  ha insegnato che il nostro modo di concepire la vita individuale e collettiva deve essere completamente rettificato. Ci sono stati troppi errori, non poteva continuare così. La pandemia ci ha costretti a fermarci e a pensare. Non dobbiamo dimenticare questa lezione troppo in fretta. Abbiamo coltivato un idea solo egoistica e narcisistica della libertà concepita come diritto della propria volontà di imporre la sua forza dimenticando che la libertà o è solidarietà  è una pura astrazione perché non ci può essere salvezza individuale ma solo collettiva. Abbiamo confuso antropocentrismo e umanismo invertendo brutalmente la relazione tra abitare e il costruire, interpretando la nostra condizione umana come legittimazione all’esercizio di una potenza senza limiti, dimenticando che prima c’è l’abitare la terra e la sua custodia e solo grazie a questo si dà la possibilità di costruire. Abbiamo contrapposto populisticamente la vita alle istituzioni pensando che queste ultime fossero solo il luogo di una alienazione malvagia, corrotta e marcia, dimenticando che la vita umana senza istituzioni è destinata a perire, che la vita e le istituzioni sono due facce di una sola medaglia. Si è dimenticato l’importanza della ricerca, della cultura, del sapere di fronte alla rivendicazione incestuosa di una democrazia fasulla dove uno vale uno e di fronte al trionfo di una intossicazione di informazioni senza pensiero. 

Si è smarrito l’importanza di una sanità pubblica a misura di uomo, dove la cura è innanzitutto attenzione per la singolarità e non una iperspecializzazione che riduce la medicina all’applicazione di standard protocollari che cancellano quella singolarità. Si è cancellato l’importanza della Scuola nella costruzione di una cittadinanza critica e democratica, riducendola ad una azienda scassata con mire di efficientismo produttivo. Si è alimentato il culto del profitto e del denaro a scapito dell’etica del lavoro favorendo l’affermazione di una economia di carta che non ha più rapporti con la vita delle persone, dimenticando che la qualità della vita collettiva è ciò che rende ogni organizzazione generativa. Non si considerato che erigere muri, militarizzare le frontiere, difendere i propri spazi nazionali senza pensare all’Europa e ad una idea più porosa dei confini, ci conduce fatalmente all’isolamento e alla rovina. Si è dimenticato che la cura dei nostri figli non si realizza con una loro difesa d’ufficio perpetua che minimizza le responsabilità che invece essi devono necessariamente imparare ad assumere. La prova che hanno dovuto sopportare è stata severa ma non ci deve autorizzare ad identificarli nella posizione della vittima in una generazione Covid che non esiste. Ai nostri figli dobbiamo essere in grado di trasmettere il senso rinnovato di una alleanza tra le generazioni che permetta di leggere anche le esperienze più difficili e dolorose come è quella del Covid, come essenziali in un processo di formazione. I cantieri proveranno a fare tesoro del trauma. E’questo il compito individuale e collettivo che ci spetta. Non la risposta demoralizzata o rabbiosa, ma la messa in opera di un lavoro collettivo che in questo tempo, ancora minato dalla incertezza, sappia offrire idee, pensieri lunghi e possibilità inedite.    

Categorie: Blog

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *