DISMORFOFOBIA ( VEDERSI BRUTTI )

Pubblicato da Dott. Adriano Bruni il


A volte il vedersi brutti può diventare una malattia.

Chi ne soffre è ossessionato da difetti fisici inesistenti, sempre amplificati, che li portano dal chirurgo estetico e devastano la loro vita sociale.

Non parliamo di una temporanea insoddisfazione per il proprio aspetto, ma di una vera e propria ossessione che compromette i rapporti sociali e può indurre al suicidio.

Non colpisce chi deve davvero fare i conti con deformità o problemi estetici gravi.

La maggior parte di persone che soffre di dismorfofobia ha un aspetto normalissimo, spesso addirittura gradevole.

Viene anche definito disturbo da dimorfismo corporeo. La dismorfofobia però non è una malattia a se stante, ma può essere collegata vari disturbi, dalla psicosi alla depressione.

Spesso è associata al disturbo ossessivo compulsivo, tanto da poterla definire una forma di ossessione che riguarda l’aspetto fisico, o meglio un qualche suo tratto su cui si concentrano le preoccupazioni del paziente.

Se prestare attenzione al proprio corpo è qualcosa che tutti fanno, che viene a mancare soltanto in condizioni di serie malattie fisiche e psichiche, per chi soffre di dismofofobia il pensiero diventa una vera ossessione che occupa gran parte del tempo, creando angoscia ed interferendo con le normali attività, il lavoro e la vita sociale.

Un disturbo raro ma non rarissimo, che colpisce sia uomini  che donne e spesso compare durante l’adolescenza, una fase della vita in cui il corpo si trasforma in modo radicale.

Il problema è che se non si interviene tempestivamente, tende a durare a lungo, a volte per tutta la vita.

Secondo le statistiche, a soffrirne sarebbe circa il 12% delle persone che si rivolge ad uno psichiatra.

Questi dati fotografano solo la punta dell’iceberg, molti pazienti, infatti, si vergognano, e spesso tendono a non parlare con gli psichiatri, e a rivolgersi semmai ai chirurghi estetici, i quali fanno fatica ad identificare chi, tra quanti si rivolgono a loro, soffre del disturbo e quindi è destinato ad essere insoddisfatto dei risultati ottenuti.

Il dismorfofobico proietta  sulla realtà fisica un difetto, una assenza che riguarda la psiche.

Non riesce ad entrare in contatto con se stesso, a vedersi, e quindi cerca all’ esterno l’immagine perduta, ispirandosi spesso ad un modello ideale, una attrice o un personaggio famoso di cui spera di ottenere le caratteristiche fisiche grazie ad una specie di copia incolla chirurgico.

Le preoccupazioni dei malati tendono a concentrarsi sul volto e sulla pelle, due parti del corpo particolarmente importanti nei primi anni di vita, quando sono alla base delle prime relazioni con l’altro ed infatti le radici della dismorfofobia stanno proprio nella relazione del bambino con la madre, o chi si occupa di lui.

Il disturbo può rimare a lungo silente, per poi riemergere in situazioni dio stress.

Si tratta, infatti, di una esperienza soggettiva, in cui le pressioni di una società ossessionata dall’aspetto contano poco.

Comportamenti come questi sono espressione di una perdita di contatto con la propria realtà psichica, che porta a fissarsi su quella fisica.

La società può contribuire a plasmare la forma del disturbo, ma non è la radice.

Spesso, però il problema passa inosservato, e non solo perché la vergogna spinge i pazienti a nascondere le proprie angosce, ma anche perché alcuni comportamenti rituali poi, come la tendenza ad evitare gli specchi o in alternativa a controllarsi ossessivamente, si manifestano solo in una fase avanzata del disturbo.

Un campanello di allarme può essere la tendenza da isolarsi ed evitare i rapporti sociali, soprattutto in età infantile ed adolescenziale.

In questa fase intervenire è importante, perché  la dismofofobia si può curare , soprattutto con la psicoterapia, l’unica in grado di risolvere il problema.

La malattia non ha una componente organica, i farmaci posso servire semmai come appoggio, in presenza di sintomi particolarmente invalidanti come ansia ed insonnia.

Le terapie più studiate sono quelle di tipo cognitivo comportamentale e la psicoterapia psicodinamica, come la teoria della nascita che non si limita ad intervenire sul sintomo, con il rischio di vederlo riemergere sotto sotto altra forma, ma va alle radici del problema.

Nei casi più gravi, quando il rischio di suicidio è reale, è consigliato il ricovero.

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