CORONAVIRUS, I SEGNI DI INFARTO MIOCARDICO ACUTO POSSONO ESSERE MENO INDICATIVI

Pubblicato da Dott. Adriano Bruni il

CORONAVIRUS, I SEGNI DI INFARTO MIOCARDICO ACUTO POSSONO ESSERE MENO INDICATIVI

I segni elettrocardiografici che indicano la presenza di un infarto miocardico acuto con sopraelevazione del segmento ST( STEMI ) possono essere meno attendibili in molti pazienti COVID – positivi. Secondo uno studio di ricercatori della Grossman School of Medicine di NewYork, più della metà di una serie di 18 pazienti ricoverati in sei ospedali di New York a causa  di un sovraslivellamento del tratto ST ( STE) all’ elettrocardiogramma( ECG ) non aveva alcuna ostruzione coronarica( CAD )rilevabile con l’angiografia o dalla presenza di segni ecocardiografici di anomalie regionali dei movimenti della parete cardiaca( RWMA ). I rimanenti otto pazienti avevano invece uno STEMI, e che 5 di loro hanno subito un’angioplastica percutanea( PCI ). Il messaggio che emerge da questi dati è che l’attuale epidemia da COVID rende difficile distinguere chi ha una malattia ostruttiva da chi invece non ha alcuna ostruzione coronarica in presenza di segni di ECG di STEMI. Prima di decidere come trattare il paziente sarebbe meglio aggiungere all’ECG un’ecografia cardiaca veloce. Lo studio rileva che tutti i 18 pazienti studiati presentavano elevati valori di D-dimero, un prodotto di degradazione della fibrina che riflette un’attivazione  della coagulazione. 

 Il D-dimero era significatemente più elevato proprio negli otto pazienti che alla fine hanno ricevuto una diagnosi STEMI rispetto ai restanti 10. I pazienti COVID-postivi in generale possono avere un D-dimero elevato e molti microtrombi. Gli anticoagulanti migliorano le possibilità di sopravvivenza dei pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19. Uno studio recente in pazienti ricoverati in terapia intensiva o meno negli ospedali di New York ha evidenziato che quelli che hanno ricevuto un trattamento sistemico con anticoagulanti, si è riscontrato un miglioramento significativo della sopravvivenza. Anche durante la pandemia da COVID -19 l’angioplastica coronarica percutanea( PCI )rimane lo standard di cura nei pazienti con infarto miocardio con sopraslivellamento del segmento ST( STEMI ), ma solo negli ospedali in grado di attuare la procedura tempestivamente in un laboratorio di emodinamica dotato di personale esperto che indossa i necessari dispositivi di protezione individuale( DPI ). Una strategia alternativa basata sulla fibrinolisi può essere invece preferibile negli ospedali senza emodinamica oppure in situazioni specifiche in cui la PCI non può essere eseguita o non è considerata  la miglior opzione. Va ricordato che le manifestazioni cardiovascolari di COVID -19 sono complesse, e che in questi casi l’infarto acuto del miocardio dovrebbe entrare in diagnosi differenziale con la miocardite che simula uno STEMI, la cardiopatia da stress o comunque non ischemica, lo spasmo coronarico oppure una lesione miocardica aspecifica. Prima di scegliere la strategia riperfusoria si dovrebbe prendere in considerazione un ampio ventaglio di patologie alternative che potrebbero essere alla base del sovraslivellamento del tratto ST, non ultima la miocardite spesso associata all’infezione da nuovo coronavirus. E’indispensabile, inoltre,che durante la pandemia da COVID gli operatori sanitari utilizzino DPI adeguati in tutte le procedure invasive eseguite, e che i nuovi test rapidi COVID -19 vengano diffusi rapidamente in tutti gli ospedali che gestiscono pazienti con infarto miocardico acuto.

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